7 Peccati Capitali

Come ogni anno Toscanaoggi propone ai suoi lettori, nelle domeniche di Quaresima, un percorso di riflessione e approfondimento. Quest’anno il viaggio sarà dedicato alla riscoperta di quelli che la tradizione cristiana ha catalogato come i «sette peccati capitali»: i vizi a cui si possono ricondurre tutti i peccati umani. Un elenco antico, ma ancora attuale: accompagnati da illustri teologi, canonisti e moralisti, scopriremo come questi peccati sono stati interpretati nel corso della storia, ma soprattutto vedremo come ancora oggi tanti nostri comportamenti quotidiani possono essere giudicati secondo queste categorie.

E procedendo a ritroso, l’elenco è, per esempio in San Tommaso d’Aquino (Il male 8,1) che assume la lista dal grande educatore del medioevo latino, il papa San Gregorio Magno nei Morali su Giobbe (31,45,87), a conclusione dell’età dei Padri della Chiesa. Dalla tradizione scolastica viene la definizione di «vizio», termine tecnico, scientifico, della filosofia e teologia morale, rispetto al fratello più alla buona che è l’italiano «vezzo», il figlio primogenito del latino vitium. E, per una definizione di sapore aristotelico (Etica a Nicomaco II,1), il vizio è un habitus operativo cattivo, come la virtù un habitus operativo buono. Che c’entra l’«abito»? Habitus è una qualità permanente, un’«abitudine», e il vizio è quella che ci induce ad operare in modo cattivo, che ci facilita ad agire in quella brutta maniera.


1. AVARIZIA: L’amore smisurato per il denaro, radice di tutti i mali

«L’amore del denaro è la radice di tutti i mali». Così scrive San Paolo Apostolo nella Prima Lettera a Timoteo (6,10) ed è la migliore introduzione per riflettere sull’argomento dell’avarizia che, dalla dottrina cattolica, è stata definita come la cupidigia disordinata dei beni materiali. Questi beni infatti sono utili soltanto nella misura in cui giovano all’uomo per il raggiungimento del suo fine ultimo. Spiega San Tommaso d’Aquino: «Dunque la bontà dell’uomo nei loro riguardi consiste in una certa misura: e cioè consiste nel desiderare il possesso delle ricchezze in quanto necessarie alla vita, secondo le condizioni di ciascuno. Quindi nell’eccedere codesta misura si ha un peccato: quando si vuole acquistare o ritenere più del dovuto. E questo costituisce precisamente l’avarizia, che è un amore immoderato di possesso».

Come negli altri vizi capitali, anche nell’avarizia c’è una triplice offesa: al prossimo, a se stessi e a Dio. È contro il prossimo poiché nelle ricchezze materiali uno non può sovrabbondare senza che un altro rimanga nell’indigenza, perché i beni materiali non possono essere posseduti simultaneamente da più persone; è contro se stessi perché comporta una mancanza di moderazione negli affetti che uno prova per le ricchezze, cioè amore, compiacenze o desideri esagerati verso di esse, creando un disordine nella propria anima; è contro Dio perché per i beni materiali si disprezzano i beni eterni.

San Gregorio Magno osserva che l’avarizia si consuma, piuttosto che nel piacere o sensazione della carne, come la gola e la lussuria, nel piacere o percezione dell’anima e la pone tra i vizi capitali, da cui nascono altri peccati ed elenca le sette figlie dell’avarizia: la «obduratio contra misericordiam» (la durezza del cuore che impedisce di dare ai bisognosi), la «inquietudo mentis» ( la troppa ansia nel ricercare le ricchezze) la «violentia» (violenza), la «fallacia» (l’inganno), il «periurium» (lo spergiuro), la «fraus» (la frode), la «proditio» (il tradimento) cioè i mezzi illeciti per impossessarsi delle ricchezze. Quanto si è ricordato non riguarda soltanto la storia dell’insegnamento tradizionale della Chiesa, ma vale pure per noi cristiani dell’inizio del Terzo Millennio, che viviamo in una società «sazia e disperata» che rischia di procedere verso una pericolosa deriva materialista. La tentazione sottile e velenosa dell’avarizia è sempre in agguato, il richiamo di San Paolo è, soprattutto, per i nostri giorni dove le scorribande finanziarie, frutto perverso di una certa globalizzazione, sono tese al grande ed ingiusto accumulo di denaro, per l’opera di avventurieri senza etica, ma nel disinteresse o con l’ignoranza di risparmiatori desiderosi solo di ammucchiar soldi.

L’avarizia è vecchia quanto il mondo, già il poeta latino Virgilio diceva indignato: «Ahi de l’oro empia ed esecrabil fame!» («auri sacra fames»), perciò siamo in pericolo di invecchiare nei nostri peccati. Il tempo di Quaresima è anche un periodo di profonda revisione di vita e di attenta vigilanza dei comportamenti; non disperdiamo questa occasione per riflettere e meditare sul retto uso dei beni materiali.


2. SUPERBIA: quando la stima di se stessi diventa disprezzo degli altri

Più che un singolo tipo di peccato la superbia appare come un’espressione che indica una costellazione di peccati: orgoglio, arroganza, arbitrio, tracotanza, apparenza esteriore, desiderio di abbassare gli altri per emergere. Tuttavia se andiamo a ricercare nella Scrittura la parola che traduciamo con superbia, ci accorgiamo che questa ha anche un significato positivo: l’ebraico ga’on indica ciò che è alto ed elevato e, in senso figurato, ciò che eccelle e che per valore si distacca dalla media.

San Gregorio Magno sintetizza il peccato di superbia indicandone quattro manifestazioni: credere che il bene posseduto derivi esclusivamente da se stessi oppure di averlo ricevuto solo per i propri meriti; vantarsi di ciò che non si ha; cercare di far apparire uniche e singolari le proprie doti disprezzando gli altri.

Questa semplice nota linguistica ci aiuta a cogliere in cosa consiste la forza di seduzione tipica di questo peccato che, non a caso, S. Tommaso - riprendendo sia S. Agostino che S. Gregorio Magno - definisce come amore smodato della propria eccellenza. Esiste, infatti, in ciascuno di noi il legittimo desiderio di primeggiare, di migliorare noi stessi, di giungere alla perfezione fino al limite di quella divina; si tratta di uno stimolo positivo e potente a cercare di dare il meglio di sé nelle diverse situazioni e campi in cui siamo chiamati a operare. La capacità seducente della superbia, il suo fascino, consiste proprio nell’esaltare questo desiderio naturale di eccellere centrando in modo assoluto l’attenzione su se stessi, prescindendo da qualsiasi considerazione oggettiva, assumendo come criterio fondamentale del proprio agire una regola del tipo: «conta solo arrivare primi, perciò sii il numero uno a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo».

La superbia, così, mostra di essere un atteggiamento che cambia volto a seconda della situazione in cui si manifesta: in assoluto e fondamentalmente è la pretesa di essere come Dio in rapporto a tutto ciò (persone, viventi e cose) che ci circonda, ma si mostra anche come desiderio di essere «il più…» bello, forte, ricco, simpatico, intelligente, colto, raffinato, professionale, esperto, e potremmo continuare con tutte le caratteristiche della nostra umanità fino a comprendere le stesse dimensioni etiche e religiose: pio, buono, coerente, santo. Perciò per naturale propensione la superbia si nutre di menzogna e di violenza perché la ricerca ad ogni costo della propria superiorità costringe a svilire o a negare la positività delle doti altrui e a combatterle come se fossero pericolosi avversari con tanta più virulenza quanto più si percepisce che l’altro è effettivamente migliore di noi.

A questo punto viene spontaneo pensare che il miglior antidoto per la superbia sia coltivare l’umiltà, cosa senza dubbio vera purché non si scambi umiltà con ritrosia, timidezza o mediocrità; con la paura di impegnarsi, di confrontarsi alla pari, apertamente e lealmente con gli altri; con la vigliaccheria e l’incapacità di donare con le parole e i gesti il positivo di cui siamo portatori.

Credo che l’umiltà abbia bisogno di un percorso che inizia dai gesti semplici della cortesia: chiedere «per favore» e ringraziare; diviene capacità di gioire e utilizzare al meglio ciò che si ha; procede con lo sviluppo di una onestà intellettuale che sa di dover capire a fondo la posizione dell’altro prima di emettere un qualsiasi giudizio; trova il suo compimento nell’accettazione gioiosa che tutto il nostro essere è dono del Padre e il nostro operare è risposta all’iniziativa della grazia divina in Cristo. È, infine, coscienza ecclesiale come San Paolo ricordava ai fedeli di Corinto: «Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto perché impariate nelle nostre persone a stare a ciò che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio a favore di uno contro un altro. Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?» (1Cor 4,6-7).


3. IRA: Arrabbiarsi «a vanvera»: questo è il vero peccato

La lista dei vizi capitali ha un perché. Per Platone, - Fedro, Repubblica, Timeo specialmente -, l’anima umana ha tre aspetti: quello razionale che dovrebbe regolare tutto, come l’auriga guida i cavalli. Nell’anima i «cavalli» sono due: c’è una parte oscura, la brama, con parola più tecnica «concupiscenza» (epithymía) nell’ambito degli «appetiti»; c’è la parte chiara, nel campo delle «repulsioni», lo «sdegno» (thymós) o irascibilità. Se vi s’installa un’abitudine cattiva, cattiva per il cattivo uso, ossia l’abuso, l’eccesso dello sdegno, quel vizio non è più l’«irascibilità» in sé, in latino ira, ma l’iracondia, ossia la smania di vendetta col far del male, la «libidine di vendicarsi», nel senso comune della parola (Agostino).

Insomma, dalla «irascibilità» di Platone vengono fuori non solo l’ira o meglio iracondia, ma anche l’accidia e l’invidia. Dal desiderio di avere deriva l’avarizia, intesa come avidità, da quello di piacere gola e lussuria, da quello di potere la superbia, talora considerata un oscuramento dell’intelletto, divenuto guida cieca.

Certo, San Basilio introduce un certo razionalismo morale nel suo testo evangelico con la limitazione imposta dall’avverbio «a vanvera». Eppure non intende affatto offrire speciosi motivi per «curare il male col male» nella vendetta, dove, paradossalmente, chi vince perde. Anzi, assumendo argomentazioni dagli antichi, propone rimedi pratici per superare l’ira: immaginarsi allo specchio in quella «breve follia», nello stesso tempo tremendi e ridicoli; tacere, il benedetto mordersi la lingua in quel momento, e, come retroterra, il ricordare esempi e coltivare pensieri di mitezza, bontà, perdono. Comunque, non intende metter su una collezione di modelli lontani o generici valori, ma indurre a lasciarsi plasmare dalla grazia di Cristo. Tanto più che Gesù indica felicità e pienezza di vita nella «mansuetudine» di «chi fa la pace», beatitudini (Mt 5,5.7.9) con cui Basilio (cap. 7), come Dante (Purgatorio), suggellano il loro trattare di ira.

Facendo eco all’antico scrittore latino, con una riflessione del card. Carlo Maria Martini («L’ira di Dio e altri scritti» (1962-1994). A cura di S. Giacomini, Milano 1995) e un impegnativo libro di teologia fresco fresco (R. Miggelbrink, «L’ira di Dio. Il significato di una provocante tradizione biblica», Brescia 2005), si può dire che Dio non è insensibile al dolore di chi perde soprattutto per colpa degli uomini. Non è insensibile al grido del sangue di Abele, ma anche alle paure del fuggiasco Caino, che Dio segna perché «nessun tocchi Caino». E si potrebbe continuare con l’Esodo, con i profeti, con S. Giacomo nella sua Lettera.


4-5: GOLA E LUSSURIA: Quando il piacere è fine a se stesso

Gola
Certo, «concupiscenza», secondo la definizione scolastica di «amore disordinato delle cose sensibili», si colora di negatività, di tendenziale peccaminosità: è un qualcosa che «deriva dal peccato» almeno quello originale, «ed inclina al peccato» (Concilio di Trento). Eppure, è difficile pensare che alla madre Eva, al vedere così appetitosa quella «benedetta» mela, non fosse venuta l’acquolina in bocca. Con tutto il rispetto per i fiumi d’inchiostro, tra il teologico e il faceto, versati su quella mela, in caso contrario si dovrebbe ammettere un’umanità biologicamente diversa da quella che è. In effetti, la concupiscenza. più che un male, è «una sfida» per una vita umana, che è come dire morale (ancora il Concilio di Trento).

A proposito, perché la manna, da raccogliersi per la porzione di un giorno, se prelevata di più, bacava (Es 16,4-5.16-29)? Perché chi ne prendeva di più, è segno che non si fidava di quel Dio che insegnerà a chiedere «il pane quotidiano» (Mt 6,11) e ne pigliava al prossimo che rimaneva senza. Sicché quel ben di Dio andava a male, come «il lavoro per l’Ascensione», che «va tutto in perdizione», a quanto dicevano i nostri vecchi. Invece, lo stomaco, che, gorgogliando, reclama, fa capire quanto siamo fragili e deboli, dipendenti e bisognosi di Dio, e insegna a dirgli grazie. E poi, se «chi è a pancia piena, non pensa a chi l’ha vuota», - proverbio già in Giovanni Crisostomo (350 circa - 407) -, forse solo una pancia vuota fa capire, con Giobbe, la stoltezza umana di chi «mangia da solo il suo pane senza che ne mangi l’orfano» (Gb 31,17). A proposito di gola, digiuno, quaresima.

Lussuria
La lussuria, come si sa o si dovrebbe sapere, non riguarda il lusso, ma il sesso. Il quale, come la gola, garantisce la sopravvivenza, questa volta del genere umano: non senza un perché si chiamano «genitali». D’altra parte, se scopo del sesso fosse esclusivamente il piacere, in una successione di desiderio, eccitazione, ricerca, sfogo, secondo una «concezione idraulica» del medesimo, sesso appunto a sciacquone (Fromm), perché così pochi momenti e centimetri per quest’altro godio, che invece, una volta assaggiato, tende all’infinito? Effetti dei pizzicori delle foglie di fico sui tristi progenitori? Ma poi perché il buon Dio ci avrebbe fatti «bambini» e «bambine», maschi e femmine, se si trattasse solo di dar lo sturo a un troppo pieno? In realtà, il sesso tende all’unione di «tutto un corpo in un corpo» (Lucrezio). È il mistero della biblica «una sola carne» (Gen 2,23-24; Mc 10,8; Ef 5,29-30): immedesimazione in una distinzione, anzi opposizione, e perciò reciprocità, di lui per lei e lei per lui, di lui con lei e lei con lui.


6. ACCIDIA: La tentazione di cedere allo scoraggiamento

Accidia. Questa parola è probabilmente poco familiare alla maggior parte della cultura moderna, non così l’esperienza che descrive e sintetizza: il desiderio, accompagnato da una certa tristezza, di fuggire dal compito che in quel preciso momento siamo chiamati a svolgere. Ricordo una simpatica mattonella che, riportando il decalogo del pigro, al primo articolo recitava: «non fare oggi ciò che potresti fare domani» e «se ti viene voglia di fare qualcosa, fermati! Vedrai che ti passa». Ecco una semplice, anche se parziale, immagine dell’accidia.

Questo termine non proviene tanto dalla tradizione biblica quanto da quella monastica dei primi secoli del cristianesimo - tra i più importanti ricordo: Giovanni Cassiano ed Evagrio Pontico - per poi arricchirsi nelle successive riflessioni teologiche. Tuttavia anche se «accidia» non compare nella Scrittura non mancano riferimenti a questa difficoltà interiore; basti citare il Siracide: «Non abbandonarti alla tristezza, non tormentarti con i tuoi pensieri» (30,31) o anche s. Paolo che parla di una «tristezza secondo il mondo» che conduce alla morte (2Cor 7,10).

L’accidia appare prima di tutto come uno stato d’animo negativo intessuto di scoraggiamento, di noia, di pesantezza, in questo manifestarsi però essa non è ancora peccato, ma solo tentazione. Peccato vero e proprio è cedere a questo sentimento e fuggire, fisicamente o con la mente, dall’attività intrapresa o che si dovrebbe intraprendere di lì a poco. L’accidia dice la difficoltà di fare oggetto del nostro pensiero e della nostra volontà un bene che non è ancora presente; è un segno del conflitto che può nascere in noi per dover scegliere tra cercare una soddisfazione materiale immediata, pur piccola, e impegnarsi per raggiungerne una più grande, spirituale, ma posta nel futuro.

Sentimento per sua natura oscuro, confuso, sfuggente, l’accidia è capace di molteplici manifestazioni talvolta opposte nella loro apparenza, ma unite da una medesima radice: l’annebbiamento della gerarchia del valore delle diverse situazioni, per cui tutto sembra farsi grigio ed omogeneo. Da un lato, infatti, troviamo gli atteggiamenti caratterizzati dal rimandare scelte e azioni; dallo sminuire l’importanza dei compiti affidatici; dallo svalutare l’urgenza di affrontare le situazioni che ci si presentano; dal non prendere sul serio responsabilità e doveri; dalla leggerezza e superficialità nell’operare che non fa differenza tra il portare a compimento qualcosa o lasciarla a mezzo. Dall’altro lato - con un aspetto meno evidente da collegare all’accidia - stanno gli atteggiamenti opposti: l’attivismo che vuole riempire ogni momento del tempo con qualcosa per paura di doversi fermare a riflettere; la frenesia del consumare novità di ogni genere con la scusa che più esperienze si fanno - non importa quali - più la vita si arricchisce; il dilettantismo del passare da continuamente da un impegno all’altro per timore di coinvolgersi troppo con persone e situazioni; l’irrequietezza di cambiare sbandierando la pretesa di inseguire un mai precisato «meglio». In modo più sottile e ipocrita, perché si ammantano di dinamicità e apertura, anche questi ultimi in fondo dicono che non esiste nulla di realmente importante a parte se stessi e le proprie sensazioni, che nulla e nessuno è in se stesso degno di fedeltà, sacrificio e dedizione.

Accanto a queste forme individuali, Martini, appena prima di iniziare il Giubileo, in un discorso nella vigilia di s. Ambrogio centrava l’attenzione sulla manifestazione sociale di questo male oscuro. Esiste anche una «accidia pubblica o politica» fatta di esaltazione della moderazione come mediocrità e di chi se ne fa ad ogni livello unico portabandiera; di una piatta neutralità; di un’incapacità timida e impaurita, ma elevata a virtù, di valutare oggettivamente ed eticamente le situazioni; di incapacità di proporre qualcosa di diverso da una convivenza fiacca, opaca, frammentata, che genera una società senza forma e tuttavia, attraverso l’adulazione dei media, capace di addormentare le coscienze dei singoli e dei gruppi.

Contro un nemico così sfuggente e multiforme, quasi fatto d’ombra, la tradizione spirituale cristiana individua le armi più efficaci nella resistenza e nella costanza amorosa - per dirla in una parola nella virtù della fortezza, dono dello Spirito Santo - applicate a tutti gli atti dell’esistenza: da quelli spirituali a quelli materiali.

Diviene così fondamentale imparare a mantenersi vigili e coscienti del presente; imporsi metodo e disciplina nelle azioni; esercitare con costanza ed esigenza la veracità verso se stessi e gli altri; vivere la speranza attiva e paziente del costruire giorno per giorno. Infine, visto che l’accidia pretende di prendersi troppo sul serio e ingigantisce l’importanza della propria tristezza, ottimo antidoto è una buona dose di autoironia che con una risata sappia farci riportare le cose che ci coinvolgono alla loro giusta proporzione.


7. INVIDIA: Quel sentimento doloroso, figlio della frustrazione

Come tutti i vizi capitali l’invidia è antica come l’uomo; a differenza della superbia, della gola della lussuria, l’invidia è forse l’unico vizio che non procura piacere; evidentemente le sue radici nascoste affondano nel nucleo profondo di noi stessi dove si raccoglie la nostra identità che per costituirsi e crescere ha bisogno del riconoscimento; quando questo manca, l’identità si fa più incerta, sbiadisce, si atrofizza ed entra in scena l’invidia che permette a chi è incapace di valorizzare se stesso una salvaguardia di sé nella demolizione dell’altro; oltre ad essere un vizio è un meccanismo di difesa, disperato tentativo maldestro di recuperare la fiducia e la stima di se stessi impedendo la caduta del proprio valore svalutando l’altro; questa è la strategia dell’invidioso: svalutare le persone percepite come «migliori» di sé non solo in pensieri e parole, ma anche danneggiando il malcapitato invidiato considerato colpevole di farsi apprezzare e stimare dagli altri più del dovuto, più di quanto non lo sia l’invidiante. Non confondiamo invidia e gelosia: la prima è risentimento verso qualcosa che qualcuno ha, ma che non mi appartiene; la seconda è la paura che qualcuno mi porti via ciò che già ho; l’invidia è figlia della frustrazione e di un senso di impossibilità a realizzarsi che si riflette in un odio distruttivo verso l’altro; l’invidioso «è un carnefice di se stesso» (S. Pier Crisologo) e di chi gli è vicino.

L’invidia in questa prospettiva oltre un vizio capitale è un indotto sociale, e, fatta salva l’istanza di giustizia che può promuovere, è un sentimento «inutile» perché non approda alla valorizzazione di sé, «doloroso» perché rabbuia e impoverisce il mondo e per giunta è un sentimento da tenere «nascosto» senza neppure il conforto che può venire dal parlarne con qualcuno; pochissimi, infatti, parlano chiaramente e volentieri dell’invidia che provano: parlarne apertamente inibisce perché è come mettersi a nudo, svelare la parte più meschina e vulnerabile di sé; parlare della persona che si invidia e spiegare il perché significa parlare della parte più profonda di se stessi, delle aspirazioni e dei fallimenti personali, delle difficoltà e dei limiti che si trovano in noi stessi.

Nel libro della Sapienza si ricorda che «la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap. 2,24); il testo sacro collega il limite dell’umanità ad un peccato d’invidia e Satana è l’invidioso per eccellenza. Percorrendo la Sacra Scrittura emerge un filo sapienzale, da Caino a Saul che mostra come l’invidia nasca dalla grandezza dell’altro non accolta e diventata elemento di confronto e rivela un senso di sconfitta. Chesterton dice che l’uomo che non è invidioso vede le rose più rosse degli altri, l’erba più verde e il sole più abbagliante, mentre l’invidioso le vive con disperazione. Uno sguardo purificato aiuta a cogliere il valore delle cose, la loro intima bellezza e non riduce tutto all’oggetto da catturare e possedere ad ogni costo.

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